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25/01/2018 - Vercelli - Società e Costume

“È BENE NON ABBASSARE MAI LA GUARDIA: L’INTOLLERANZA È SEMPRE IN AGGUATO” - Così il Prefetto Michele Tortora nel Giorno della Memoria

“È BENE NON ABBASSARE MAI LA GUARDIA: L’INTOLLERANZA È SEMPRE IN AGGUATO” - Così il Prefetto Michele Tortora nel Giorno della Memoria

Questa mattina, giovedì 25 gennaio, nella ricorrenza del Giorno della Memoria (che ricordiamo cade il 27 di gennaio, ma le manifestazioni sono state anticipate il sabato per la chiusura delle scuole), 80 anniversario della promulgazione delle Leggi Razziali, l’ufficio scolastico provinciale, la Consulta provinciale degli studenti, il Comune di Vercelli, la Comunità Ebraica di Vercelli, e l’Istituto Storico per la storia della Resistenza e della Società contemporanea, con il contributo delle Scuole Superiori del Territorio, hanno ricordato gli orrori che l’uomo ha commesso sui suoi fratelli, durante una toccante mattinata al Teatro Civico.

Toccante l’intervento del Prefetto, Michele Tortora, che riportiamo integralmente.

 

Autorità, signore e signori. Un cordiale saluto a tutti i presenti ed in primo luogo ai tanti studenti presenti che hanno scelto di condividere con noi questa giornata di commemorazione.

Ringrazio tutti coloro che hanno collaborato con la Prefettura nell’organizzazione di questa giornata: l’Ufficio scolastico provinciale, la consulta degli studenti, la Provincia di Vercelli, la Comunità ebraica di Vercelli e l’istituto di storia della resistenza.  Un particolare ringraziamento al Comune di Vercelli,  che ha concesso l’uso di questa prestigiosa sede, consentendoci di aprire la manifestazione ad un’ampia platea, composta soprattutto di ragazzi: del resto, senza la partecipazione dei ragazzi queste celebrazioni avrebbero poco senso. Fare memoria non è un esercizio retorico, ma è l’occasione per diffondere la cultura della tolleranza, della pace, della solidarietà soprattutto tra le giovani generazioni .

 

Celebriamo dunque il “giorno della memoria”, istituto dalla legge n. 211/2000 per ricordare le persecuzioni e lo sterminio del popolo ebraico ed i deportati civili e militari nei campi nazisti.

Quest’anno cade anche – è bene ricordarlo – l’ottantesimo anniversario dell’approvazione delle vergognose leggi sulla razza, che introdussero anche in Italia il germe dell’odio e della discriminazione che di lì a pochi anni avrebbe dato luogo alle deportazioni e allo sterminio.

Abbiamo anticipato la commemorazione di due giorni rispetto alla data  prevista dalla legge del 27 gennaio che quest’anno cade di sabato proprio per favorire la più ampia partecipazione degli studenti e dei membri dell comunità ebraica.

 

La data del 27 gennaio venne scelta perché nel medesimo giorno del 1945 – settantatre anni fa - le truppe russe entrarono nel campo di Auschwitz, liberando migliaia di infelici e mostrando al mondo tutto l’orrore della macchina di sterminio di massa posta in opera dal nazismo.

 

Quando venne istituito il giorno della memoria nessuno poteva pensare quanto sarebbe stato tristemente di attualità. Nel 2000, diciotto anni fa, si guardava al futuro con grande ottimismo. Il muro di Berlino era caduto, da poco più di un decennio, liberando definitivamente l’Europa dall’incubo della guerra fredda e riconsegnando alla democrazia i Paesi dell’est. C’era chi parlava allora di “fine della storia” e dell’avvento di un secolo ispirato a pace, libertà e progresso.  Purtroppo presto queste ottimistiche previsioni sono state smentite. I fatti dell’8 settembre 2001 hanno aperto un nuovo scenario. Al conflitto tra est e ovest si è sostituito un conflitto tra nord e sud, tra popoli ricchi e popoli miseri. Un conflitto reso più crudele da componenti di integralismo religioso e reso più insidioso dalla globalizzazione, che ha reso più labili i confini e le frontiere. I tragici fatti che hanno colpito tante città anche in Europa e che hanno funestato le cronache confermano – ove mai ce ne fosse bisogno – la necessità di fare fronte comune contro il fanatismo, in ogni sua espressione: sembra assurdo a oltre 70 anni di distanza dalla liberazione di Aushwitz dover ancora fare i conti con l’intolleranza religiosa, con l’odio razziale.

 

Ecco perché fare memoria sul senso della liberazione di Aushwitz è ora più che mai necessario non solo per rendere un commosso  tributo alle vittime di quella follia omicida, ma anche per affermare il nostro impegno per salvaguardare le istituzioni democratiche e per contrastare ogni fanatismo e ogni forma di integralismo.

 

Se ci pensiamo bene, il giorno della memoria (27 gennaio) è la prima nell’anno delle ricorrenze civili che vengono celebrate. Poi ci sarà il 10 febbraio (giorno del ricordo) il 17 marzo (Unità d’Italia), il 25 aprile (liberazione dai Nazi fascisti e fine della 2^ guerra), il 2 giugno (la repubblica), il 4 novembre (fine della 1^ guerra mondiale festa delle forze armate e unità nazionale). Solo per citare le ricorrenze più note.

Sono date che ricordano tappe fondamentali nel percorso istitutivo del nostro stato nazionale, segnano anche le cicatrici che ancora bruciano sul corpo delle nostre istituzioni e dei nostri concittadini. Sottolineano i sacrifici e le sofferenze che hanno contrassegnato  la nostra storia, che è bene non dimenticare mai.

 

Malgrado il difficile periodo economico che ancora stiamo attraversando, è indubbio che il nostro Paese si sia sviluppato enormemente nel dopoguerra, nel quadro di istituzioni democratiche ispirate a principi di pace e di solidarietà. Tuttavia non possiamo, non dobbiamo dimenticare che il nostro benessere e la nostra democrazia sono un lascito dei nostri padri, un patrimonio che è costato lacrime e sangue. Sono più di 70 anni che il nostro Paese, l’Europa (almeno quella occidentale), non conosce la guerra. Non è un fatto scontato, anzi, a ben vedere è la prima volta nella storia che questo si verifica. La mia generazione non ha conosciuto la guerra. A noi, alla mia generazione fortunata, spetta il compito di conservare la memoria del patrimonio di dolore su cui è fondata la nostra Repubblica e trasmetterla alle nuove generazioni, perché quei misfatti e quelle sofferenze non abbiano più a ripetersi. Spero che il giorno della memoria sia quindi in primo luogo un’occasione per rinsaldare il legame tra cittadini ed istituzioni, perché è bene non abbassare mai la guardia: l’intolleranza è purtroppo sempre in agguato.

Forse oggi non ci sarà più chi aspiri alla “soluzione finale”, allo sterminio degli ebrei, all’annientamento fisico del “diverso”, qualunque forma dovesse assumere. Tuttavia, non possiamo dare nulla per scontato: inquietanti esternazioni che compaiono con sempre maggiore frequenza sul web inducono a riflettere.

La memoria quindi vale come antidoto alla barbarie e come recupero delle nostre radici comuni, che sono alla base del patto di comune cittadinanza. Non siamo italiani solo perché parliamo la stessa lingua e viviamo in un determinato territorio, ma perché ci riconosciamo tutti in alcuni punti di riferimento comuni, in un passato condiviso di cui facciamo memoria. Senza punti di riferimento, senza avere profonde radici conficcate saldamente nel terreno della nostra storia comune non siamo un popolo, non abbiamo un futuro.

 

Al termine della cerimonia odierna, consegneremo una medaglia d’onore intitolata ad un reduce vercellese dai campi di lavoro coatto al servizio dei nazisti. E’ un modo per rendere un doveroso – sebbene tardivo - omaggio a chi ha tanto sofferto.

Non tutti ricordano che la legge istitutiva del giorno della memoria ha come primo riferimento quella immane tragedia che è stata la Shoà, ma intende anche ricordare quei connazionali civili e militari che subirono la deportazione e la prigionia. E’ questa una pagina di storia per molti anni, per troppo tempo dimenticata o sottaciuta. Dopo l’8 settembre 1943 furono centinaia di migliaia i militari italiani che furono catturati e deportati dai tedeschi, così come decine di migliaia furono gli internati civili, in gran parte oppositori del regime.

I reduci dai campi spesso non hanno parlato per anni della loro esperienza. Quando lo hanno fatto ci hanno raccontato episodi di raccapricciante orrore, ma anche straordinari episodi di umanità e di solidarietà, perchè spesso in quelle circostanze drammatiche  la ferocia ed il cinismo convivono con l’umanità ai massimi livelli. Ci furono anche non pochi episodi di coraggio, di cui furono protagonisti persone che a rischio della propria vita seppero trovare dentro il proprio cuore le ragioni di scelte di civiltà.

Ricordare questi uomini significa soprattutto fare una riflessione sull’etica della responsabilità. Ci sono circostanze sfortunate nelle quali a ragazzi di età poco superiore a quella di molti studenti qui presenti è stato chiesto di fare scelte difficili ed estreme. In quei casi non venne ascoltata la grancassa della propaganda di regime, ma ebbero la prevalenza le ragioni del cuore. Vorrei dire ai ragazzi qui presenti che anche quando arriverà per loro il momento delle scelte importanti per la propria vita (ovviamente scelte che per fortuna non avranno il carattere drammatico che la storia allora imponeva) ebbene spero che anche per loro ci sarà la possibilità di ascoltare la propria coscienza e non il rumore di fondo dei tanti falsi profeti che attraverso i mezzi di comunicazione di massa ci bombardano di messaggi, cercando di illudere tutti che esistono risposte facili a problemi che invece sono complessi.

 

Consegnando oggi la medaglia d’onore ai familiari del nostro concittadino internato rendiamo quindi idealmente un doveroso tributo a tutti coloro tanto hanno sofferto per la brutalità della guerra, ricordando specialmente coloro che non sono tornati.

 

Oltre alla consegna della medaglia di onore all’ex internato militare, durante l’odierna cerimonia si procederà anche alla consegna di alcune  onorificenze al merito della Repubblica italiana ad alcuni cittadini benemeriti. Da quando mi onoro di esercitare le funzioni di prefetto ho voluto che ciò avvenisse in occasione del giorno della memoria, oltre che in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno. Credo che un filo rosso leghi le due benemerenze. Il filo rosso è costituito dallo spirito di servizio, dal senso del dovere e della dignità che sono comuni sia a chi, in circostanze storiche drammatiche, ha sofferto e pagato un tributo durissimo, sia a chi, in un contesto storico più fortunato, ha comunque acquistato una benemerenza verso la Nazione nel disimpegno della propria attività professionale o per attività svolte a fini sociali.

 

E’ un modo questo per ricordare che la forza di una Nazione è riposta sul valore e sul senso di responsabilità di tutti i cittadini. Non bisogna necessariamente essere eroi per essere bravi cittadini. Un famoso poeta disse: “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Noi speriamo che quei tempi lontani in cui bisognava fare scelte eroiche per salvare la propria dignità e rispettare la propria coscienza non tornino mai più.

Credo però che oggi più che mai l’esempio di quegli eroi ci aiuti a costruire  una etica condivisa della responsabilità, senza la quale non abbiamo un presente ma – soprattutto – senza la quale non avremo futuro.

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