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27/09/2018 - Alessandria - Pagine di Fede

CASALE MONFERRATO - Il gruppo di spiritualità mariana che si ispira a Medjugorje è sempre attivo - La Vergine non si stanca di ripetere: pregate, pregate, pregate - Con un pensiero sull'ultimo messaggio

CASALE MONFERRATO - Il gruppo di spiritualità mariana che si ispira a Medjugorje è sempre attivo - La Vergine non si stanca di ripetere: pregate, pregate, pregate - Con un pensiero sull'ultimo messaggio

“Non è tardi”.

Tre parole contenute nel “Messaggio” di Medjugorje del 25 settembre.

Che è stato atteso, con l’adorazione e l’eucarestia, l'altro ieri, a Casale Monferrato.

Dove, al Santuario del Cuore Immacolato di Maria, il giorno 25 di tutti i mesi, si raduna il gruppo di preghiera fondato da Enrico Buoni, ispirato alla spiritualità che è cifra dell’esperienza dei veggenti, testimonianza delle rivelazioni private date dalla Vergine, sin dal lontano 24 giugno1981.

***


Non è tardi, dunque.

Sto alla porta” assicura il Salvatore:

Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me ”.

Siamo alle ultime pagine della Bibbia e l’Apocalisse di San Giovanni propone la visione di quelle “Chiese” nelle quali non è difficile riconoscere, in controluce, anche la profetica immagine, la proiezione oltre il tempo indagato a Patmos, delle nostre inclinazioni, dei nostri limiti e delle nostre risorse.

La visione apre con le parole rivolte alla Chiesa di Laodicea, l’ultima, che pare irredimibile.

E questa idea di un Dio che stia sull’uscio, in attesa di qualcuno che lo apra, non tragga irenicamente in inganno, perché poco prima, insolitamente duro era stato il richiamo a quella gente che era tiepida, “non sei né caldo, né freddo”.

Qualcosa di talmente indigesto, nella sua ignavia, nella sua mediocrità, da essere proprio intollerabile: ” Magari tu fossi freddo o caldo!  Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca ” .

Un Dio buono, dunque, non buonista.

***

Eppure un Dio non pago di una cosmica distanza che tutto sovrasta, non pago della propria onnipotenza che di tutto ha ragione, perché è un Dio che non ha requie se non quando quella porta gli si apre.

***

Oltre quella porta ci siamo noi.

Perché non apriamo?

Forse, anche perché non siamo “né caldi, né freddi” e qualche motivo possiamo pure averlo.

Siamo vissuti sotto la “dittatura del relativismo”, dalla nascita.

Una cosa che avrebbe “raffreddato” chiunque.

Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.

Due volte su dodici, la parola “me”.

A dire che l’insidia antica sia sempre attuale.

Sarete come Dio.

Se è permesso celiare, declina efficacemente l’idea, fulminea, la battuta di Woody Allen: ” Credi in Dio? – Credere è una parola grossa, diciamo che lo stimo ”.

***

Ma, come sempre, niente di nuovo sotto il sole, perché la regina di tutti i relativismi di sempre sale sul trono della Storia nella parola di Pilato, nel corso di quel singolare processo celebrato quasi per proporsi quale macchina simbolica capace di sedurre l’uomo di ogni tempo.

Sappiamo come vanno le cose.

Gesù è esplicito:”Per questo sono nato e sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza della verità” (Giovanni, 18,38).

Sinceramente perplesso, replica Pilato:”Che cos’è la verità?”.

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Quando pensiamo che Pilato sia – nella preghiera del Credo – l’unico personaggio citato e tramandato nella storia per illustrare l’immagine del “patimento” sopportato da Gesù, forse dobbiamo proprio tornare, prima che all’idea del flagrum, della corona di spine, degli sputi, della barba strappata ed, infine, della condanna alla Croce, a quella domanda ed a quella risposta.

Patì sotto Ponzio Pilato.

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Come la Verità ogni giorno, da quel giorno, patisce sotto la pilatesca deriva della nostra sempre ricercata “autosufficienza”, e forse “liberazione” di creatura insofferente alla paternità del Creatore.

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Allora non apriamo quella porta.

Facciamo una fatica enorme ad accettare l’idea che sia possibile farlo.

Porta che talvolta resta chiusa anche perchè, nella nostra vita, così tenacemente spesi nella ricerca dell’autosufficienza, abbiamo smarrito il senso e la ragione ed infine la tensione alla speranza.

Disperati, non troviamo forza per alzarci.

***

Cadiamo ancora più in basso di quel figliolo chiamato “prodigo”, mai dimenticato, anzi sempre atteso da quel Padre misericordioso.

Lui aveva a suo modo scelto di essere “come Dio”, prendendo le distanze dal Padre.

Anzi, si era costruito tutto un castello di impalcature paragiuridiche per giustificare un “anticipo” nella liquidazione di quella “eredità”, che invece diventa diritto solo in un certo, noto, momento.

Traslando: solo la “morte di Dio” renderebbe plausibile la ricerca dell’autosufficienza della creatura dal Creatore.

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Ebbene, la scelta per la propria indipendenza lo porta non soltanto alla rovina dal punto di vista materiale: gli costa la perdita dei caratteri di umanità.

Così, il suo orizzonte si riduce alla visione di zampe che picchiettano nella mota, di grugni che grufolano per difendere quella carrubba che egli disperatamente contende con la mano protesa, disteso a terra.

Quando si riduce a maiale, l’uomo non ce la fa nemmeno a reggere il confronto con i maiali veri.

Perché loro lo sono di natura, mentre la dis-umanità della creatura voluta dal Creatore è contro natura.

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Così la decisione di un ragazzo che non ha del tutto smarrito la ragione: “mi alzerò”.

La decisione di recuperare, con la stazione eretta, i carattere distintivo di una umanità voluta dal Padre perché traguardasse un orizzonte più seducente, persuasivo, alto, anche se lontano.

Ma, attenzione.

Quella scelta non è de-finita in una condizione statica.

Ha subito bisogno di compiersi e completarsi nella proiezione dinamica che ad essa dà senso e ragione:

E andrò da mio Padre”.

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Il Padre non ha bisogno né di abiure, né di atti di sottomissione, né di rinunce apparenti alla umana “dignità”.

Tantomeno, ha bisogno che l’uomo rinunci alla propria “ragione” per “credere”.

Anzi.

Fede e ragione – avrebbe insegnato Giovanni Paolo II – sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità”.

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Ma a tutto questo quel Padre misericordioso pare non pensare, elettrizzato com’è dalla novità, dalla bellezza, di quel ritorno, tanto è vero che non ce la fa a restare in casa ed esce sulla soglia, esce ad aspettarlo, non sa trattenersi e così si affaccia alla porta quando non può ancora sapere, con le categorie umane, cosa abbia in mente il figlio

Si affaccia ad aspettarlo, ansioso, quando quel figlio  era ancora lontano, il padre lo vide”.

Era ancora lontano e già il suo amore di Padre metteva da parte condizioni e ragionamenti umani, non poteva sapere se e come si fosse pentito, se avesse deciso qualcosa per gli anni a venire, se avesse messo la testa a posto, o almeno avesse l’intenzione di provarci.

No a lui basta la figura del figlio che, in lontananza, prende, riprende, la strada di casa:” e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”.

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Il futuro sarà poi stato rose e fiori?

San Luca, al Capitolo 15 del suo Vangelo che offre questa incomparabile icona di misericordia ed amore, di dignità umana, non lo dice.

Perché, in fondo, non ha importanza saperlo.

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Così come non importa sapere cosa potrebbe accadere dopo che avessimo aperto quella porta, che è metafora del nostro cuore, facendo entrare nella nostra casa, nella nostra vita, colui che sta bussando.

Non importa sapere se poi potremmo chiuderla di nuovo.

Non importa che torniamo caldi e poi freddi.

Certo, è più difficile decidere quando si è tiepidi, senza emozioni.

Non è tardi neppure per aprire al fratello od alla sorella che sono nella prova e da noi si aspetterebbero un gesto.

Importa che la apriamo.

In qualsiasi condizione ci troviamo, anche disperati, anche caduti per terra a contendere una carrubba ai maiali.

Conta che apriamo la porta: non è tardi.

 

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