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26/10/2010 - Cuneo - La Posta

COMUNITÀ MONTANE, CHE FARE? - La lettera di Mariano Allocco

COMUNITÀ MONTANE, CHE FARE? - La lettera di Mariano Allocco
COMUNITÀ MONTANE

Le Agenzie di Sviluppo (AdS) che hanno preso il posto delle soppresse Comunità Montane (CM) non funzionano, questo è ormai conclamato e visto che non basta dire che qualcosa non va, ma occorre cercare di capire il perché del fallimento e pensare a alternative possibili, provo a analizzare la questione dal punto di vista organizzativo e politico. Cominciamo dalla politica. Le AdS  hanno l’obiettivo di promuovere lo sviluppo, la Regione ha assegnato a questi enti compiti importanti in campi strategici come le politiche energetiche, l’assetto del territorio, l’agricoltura e il turismo di qualità, oltre che la gestione dei servizi. Dovrebbero, in buona sostanza, definire e attuare le strategie di sviluppo per il territorio di competenza, ma qualcosa non funziona, cosa?



Il primo impaccio, la prima zeppa, sta nella perimetrazione dei loro confini.


Storicamente le istituzioni si sono aggregate attorno a una comunità, il comune prima, provincie, regioni e stati poi hanno rappresentato gli interessi di comunità via via sempre più grandi. Qui invece i perimetri sono stati disegnati per dimostrare a Roma che si era in grado di “risparmiare” sulle spese di esercizio, il risultato sono confini di fantasia, che includono interessi a volte contrastanti, che non hanno radici storiche, economiche e organizzative che possano giustificarli. Un accrocchio insomma.


La montanità delle AdS poi è tutta da dimostrare. Se nelle precedenti Comunità Montane i comuni erano tutti presenti ed era garantita la rappresentanza alle minoranze, l’attuale composizione dei consigli delle AdS è di tipo maggioritario, mentre le nuove regole elettorali premiano i comuni di fondovalle.


Perimetrazione geografica, composizione dei consigli e delle giunte, processo decisionale così come sono stati pensati, sono l’antitesi dell’approccio comunitario. Il risultato è che sindaci in tutte le valli stanno prendendo le distanze da questa soluzione organizzativa che è inconcludente non per colpa di singoli presidenti o consiglieri, ma per evidenti errori di definizione di obiettivi prima e  progettuali poi. In buona fine, le AdS non racchiudono una comunità riconoscibile, l’organizzazione non è di tipo “comunitario” e non hanno nulla a che vedere con le soppresse CM.


Sui risparmi ottenibili staremo a vedere, ma la loro inconcludenza è evidente.


Passiamo ora all’organizzazione. Per le istituzioni pubbliche di tipo elettivo il processo elettorale tendenzialmente porta al tavolo di discussione consigliare tutti gli interessi del territorio rappresentato (ho accennato sopra alle lacune delle AdS al riguardo). Questa organizzazione è stata scelta dalle democrazie occidentali per concordare strategie, obiettivi comuni e scelte normative che poi devono passare per l’attuazione ad altre organizzazioni che, anche nel pubblico, hanno catene decisionali di tipo diverso. La democrazia rappresentativa ha tempi, processi e ritualità che portano a decisioni prese dalla maggioranza, un percorso per mediare le varie posizioni e che porta a decisioni che per la magior parte dei casi sono, giustamente, dei compromessi fra le parti. Sul piano dell’esecutività, per agire in tempi rapidi rispettando le regole del mercato, la strada vincente non è quella delle assemblee elettive, ma è quella di delegare pochi a raggiungere obiettivi definiti dalla “proprietà” in modo chiaro e con un processo di controllo cadenzato, attento ai risultati e al bilancio economico.


Due modi per organizzare la catena di comando, uno democratico, in cui i vertici sono scelti dal basso in modo elettivo, l’altro autocratico in cui le cariche di responsabilità sono decise dal vertice, dalla proprietà nel privato, dalle istituzioni elettive nel caso del pubblico. In occidente convivono le due soluzioni, la prima è utilizzata per scegliere elites che governino e decidano strategie per le istituzioni pubbliche, la seconda è  il modo con cui si gestiscono le aziende che devono stare sul mercato. Quante volte si è discusso dell’inefficienza degli organi elettivi quando si confrontano direttamente con le regole del mercato?


Lo sviluppo economico, quando diventa obiettivo dichiarato, si deve confrontare con esse e qui sta l’altra zeppa tra le ruote. Se le AdS non funzionano non è per colpa delle persone che ora ne sono al comando, è semplicemente impossibile che un’organizzazione di questo tipo possa funzionare.


Il problema sta nel manico, hanno  confini improbabili e non hanno una struttura operativa adeguata agli obiettivi dichiarati. Il rischio maggiore, se questa analisi è corretta, è che esse possano diventare il cavallo di Troia di interessi esterni al territorio. Qualcuno “di buona volontà” potrebbe affiancare queste zoppicanti AdS, ad esempio, per supplire alle evidenti carenze sul piano operativo, mentre il vecchio apparato burocratico ereditato si potrebbe “allargare” per sopperire alle scoperture decisionali della parte elettiva invischiata in entropie istituzionali. Sono convinto che occorra al più presto pensare di porre delle pezze, non possiamo permetterci il lusso di aspettare che il “mostriciattolo organizzativo” delle AdS collassi per pensare a cosa metterci al posto. Dividere il luogo delle decisioni politiche da quello dell’operatività, ricreare un legame forte tra i sindaci e una organizzazione superiore a livello di valle tutta da ripensare, trovare una collocazione alla zona pedemontana che sia funzionale alle sue specificità. In sintesi occorre che la “questione montana” torni al più presto nella agenda della politica e si superi un approccio che ha portato al fallimento delle politiche montane degli ultimi trent’anni. Intanto il tempo passa e le nostre montagne di tempo da perdere non ne hanno più.


 


Mariano Allocco


 


 

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