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12/10/2010 - Vercelli - La Posta

FEDERALISMO SANITARIO - Secondo Emanuele Pozzolo il vento del Nord farà bene alla salute - Anche del Sud

FEDERALISMO SANITARIO - Secondo Emanuele Pozzolo il vento del Nord farà bene alla salute - Anche del Sud
Emanuele Pozzolo

Uno dei primi campi in cui, in Italia, si sono aperte voragini di spesa ingiustificata – che hanno pesato e ancora pesano sul grave debito pubblico del nostro Stato – è il campo sanitario: assunzioni inutili con benedizione politica, esami clinici che a Milano costano 5 a Napoli costano 15, ospedali edificati solo per foraggiare qualche grosso costruttore e tutto un sistema sanitario nazionale che viene gestito con logiche ben distanti dalle necessità di un servizio pubblico efficiente.



La situazione sanitaria pubblica globale del nostro paese non solo non è rosea, ma è addirittura drammatica: a parte qualche positiva eccezione che conferma la regola – come Lombardia e Veneto – il resto del Paese è interessato da un situazione di capillare indecenza gestionale del settore sanitario.


Quel che urge al nostro sistema sanitario per essere migliorato non è una semplice riforma: per portare la sanità italiana ad essere efficiente (anche dal punto di vista del rapporto “qualità dei servizi offerti – costo dei servizi”) serve una vera e propria rivoluzione.


Il punto di partenza di questa auspicabile “rivoluzione sanitaria” è indissolubilmente legato al fallimento completo del modello che ha imperato in Italia fino a qualche anno fa: il graduale passaggio, da una gestione centralista del comparto sanitario ad una gestione regionale dello stesso, sta lentamente dispiegando alcuni dei suoi benefici effetti in termini capacità riorganizzative territoriali. Alcune regioni del Nord sono riuscite infatti a portare a compimento, nel giro di pochi anni, alcuni sistemi sanitari regionali efficienti e moderni, tra i migliori d’Europa: basti pensare ai centri di eccellenza ospedaliera che si trovano in Lombardia o in Veneto. Altre regioni padane, come il Piemonte, – i cui sistemi sanitari sono stati sinora gestiti all’ “italiana” da giunte di sinistra – stanno lentamente progredendo verso un risanamento organizzativo volto ad un effettivo miglioramento gestionale. Insomma, chi più rapidamente chi meno, il Nord sta tentando di elaborare alcuni sistemi sanitari regionali indirizzati a superare le storture del recente passato: con l’obiettivo finale di offrire ai cittadini un servizio sanitario completo e in grado di rispondere efficacemente ad ogni tipo di esigenza sanitaria.


Dove, invece, le cose vanno male come prima è al Centro e al Sud: non è un caso se troppo spesso ascoltiamo ai telegiornali notizie di “malasanità” provenienti dalla Campania, dalla Calabria o dalla Sicilia. Qui non si tratta – si badi bene – di fare dell’ “anti-meridionalismo”, qui si tratta molto semplicemente di dire la verità: al Sud la gestione regionale dei servizi sanitari non ha fatto registrare il benché minimo miglioramento qualitativo rispetto al metodo gestionale nazionale precedente. Il “perché” del continuo smottamento verso il basso della sanità meridionale è legato alla totale mancanza di responsabilità gestionale dei dirigenti dei servizi sanitari regionali del Sud, aggravata dalla pervicace presenza di una “mentalità truffaldina” nei confronti di tutto ciò che è pubblico.


Al Sud sanno che se sforano il budget sanitario annuo previsto, qualcuno provvederà di certo a ripianare i debiti. E chi sarà mai a pagare il conto della sanità altrui? Ovviamente lo Stato, utilizzando i denari prodotti dai padani e prelevati dai serbatoi fiscali dalla Padania. Questo malcostume viene celato sotto l’etichettatura buonista e falsa di “solidarietà nazionale”: in poche parole, chi è più ricco deve aiutare chi è meno fortunato. Il concetto di per sé può anche essere condivisibile: ma un conto è essere solidali, altro conto è farsi derubare.


Qualcuno deve dirci fino a quando il Nord dovrà mantenere gli sprechi e le ruberie del Sud? Fino a quando alcuni accertamenti clinici al Nord costeranno 5 e al Sud 15? Fino a quando chi fa delle voragini spaventose di debiti nel campo sanitario (ma il principio vale per ogni tipo di debito arrecato alla Pubblica amministrazione) potrà rimanere tranquillamente al suo posto?


Probabilmente quest’indecenza continuerà fino a quando non verranno adottati dei principi realmente federalisti anche dall’amministrazione sanitaria: non basta infatti che le regioni possano gestire l’organizzazione del comparto sanitario, è fondamentale anche che le regioni sappiano mantenere ognuna il proprio sistema sanitario in modo economicamente autonomo. Detto volgarmente: se la Calabria spende più in sanità rispetto a quanto ha non devono certo essere i piemontesi, i lombardi, i veneti o gli emiliani a pagare i debiti altrui. Questo non è “anti-meridionalismo”: questo significa solo costringere le classi dirigenti del Sud a responsabilizzarsi per evitare di aggravare il già ampio debito pubblico nazionale.


L’auspica “rivoluzione sanitaria” italiana non può che passare dalla porta stretta del Federalismo: che rappresenta l’unica via per riassestare la sanità nel nostro Paese. Un primo importante passo nell’ottica di una reale responsabilizzazione dei dirigenti delle Asl è rappresentato - proprio come auspicato dal Presidente della Regione Piemonte Roberto Cota - dalla stretta osservanza dei “costi standard” per le cure mediche: insomma, non può più essere tollerabile che l’operazione “x” costi un tot in un ospedale del Nord e un tot (guarda caso sempre più alto) in un ospedale del Sud. E’ da qui che si può e si deve partire per imprimere una svolta di sobrietà, onestà e decenza alla sanità italiana: tendendo sempre bene a mente che l’utente finale del servizio sanitario è una persona, non un numero e nemmeno “un malato tra tanti”. Perché, come scrisse Giovanni Paolo II, “l'uomo è un fine a cui tutto va sottoposto”: ma questa è un'altra storia, da raccontare ai medici e non solo ai politici.


Emanuele Pozzolo


Capogruppo Lega Nord al Comune di Vercelli


 

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