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21/03/2009 - Vercelli - Pagine di Fede

IL VANGELO DELLA DOMENICA - 22 marzo 2009, IV di Quaresima - ’La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato di più le tenebre’

IL VANGELO DELLA DOMENICA - 22 marzo 2009, IV di Quaresima - ’La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato di più le tenebre’
CRISTO E NICODEMO - Mathias Stormer, 1600-1650

2Dal Secondo Libro delle Cronache, Cap. 36,14-16; 36,19-23



In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme.
Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. Quindi [i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi.
Il re [dei Caldèi] deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremìa: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni».
Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».


Dalla Lettera di San Paolo agli Efesini, Cap. 2, 4-10


Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati.
Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.


+ Dal Vangelo secondo San Giovanni, Cap. 3, 14-21


In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».


 


UN PENSIERO SULLA PAROLA


Il Vangelo di questa domenica riporta la conclusione del lungo colloquio avvenuto – di notte – fra Gesù e Nicodemo, un vecchio fariseo definito "capo dei giudei". Colloqui notturni, per non compromettersi dinanzi ai suoi colleghi, fra un vecchio dottore della legge e un giovane rabbì di Nazareth. Nicodemo era convinto di sapere chi fosse Gesù e invece si sente provocato a ricominciare tutto da capo, a "rinascere dall'alto", pena il non comprendere affatto il mistero della salvezza accanto a quello della perdizione, il dono della speranza in risposta all'orizzonte della disperazione. Ebbene, Gesù addita a Nicodemo il simbolo del serpente di bronzo che, nelle vicende dell'esodo, permise agli ebrei di salvarsi dai morsi di serpenti velenosi. Come quel serpente innalzato sul palo, così Gesù stesso, crocifisso sulla croce, avrebbe portato salvezza e redenzione a coloro che avrebbero creduto in lui. Gesù, inchiodato e innalzato sul colle Calvario, fino alla fine del mondo resta a braccia aperte, "perché chiunque crede in lui, non muoia, ma abbia la vita eterna".
Impressiona ogni volta, fra mille parole lette o ascoltate ogni giorno, accostarsi a una pagina di Vangelo e ritrovarne alcune che rischiano sempre di perdere significato e forza evocativa. Una di queste parole è "redenzione", con altre che ne sono sinonimi o equivalenti: vita eterna, salvezza... Nel vortice degli avvenimenti quotidiani, grandi, piccoli o insignificanti che siano, ha ancora senso dire che la vita dell'uomo e di tutti gli uomini ha bisogno di essere salvata, di essere redenta? Perché, in caso negativo, perde significato anche l'incarnazione di Cristo, Figlio di Dio, crocifisso morto e risorto proprio per la nostra salvezza, ossia per la nostra redenzione, ossia il ritorno di ogni uomo e di ogni cosa alla santità, presso il Padre.
Anche i santi si ponevano le domande su Gesù Cristo, ma dalla prospettiva giusta, quella del Padre. Così san Francesco di Sales: "Dio non poteva fornire al mondo un altro rimedio che quello della morte di suo Figlio? Certamente egli poteva farlo... poteva riscattarci (redimerci, salvarci, ndr) in mille altri modi che non fossero la morte di suo Figlio, ma non l'ha voluto, perché ciò che era sufficiente per la nostra salvezza non lo era per il suo amore; e per mostrarci quanto ci amava, questo Figlio divino è morto della morte più dura e ignominiosa, quella sulla croce".
Quanti colloqui "notturni" viviamo anche noi in lotta con Dio, come Giacobbe con l'angelo: perché il male, perché il dolore innocente, perché la guerra, perché la separazione... perché? Come Gesù con Nicodemo, anche Dio si fa paziente con noi, e ci concede udienza, ma la risposta è sempre la stessa: ogni parola e ogni risposta di Dio è già detta e già data in Gesù, nel suo mistero di morte e resurrezione, di dolore e di salvezza. Passerà la storia e non cesserà la contrapposizione tra la nostra pretesa di scalare e conquistare il cielo e l'umiltà di Dio che scende in terra e si concede a noi. Alla fine il vecchio Nicodemo riuscirà a "rinascere dall'alto": nei giorni decisivi della passione, lui sarà lì, vicino al crocifisso. Ne chiederà il corpo per la sepoltura e offrirà una sua tomba – nuova, mai usata! – per accoglierlo. Sicuramente Nicodemo non era lontano neppure il mattino di Pasqua...
Dio è quasi sempre immaginato come un essere lontano, astratto, una specie di inestricabile sistema di idee inspiegabili. E invece, ci dice il Vangelo di oggi, l'essere di Dio è una concreta vita di comunione che liberamente si apre anche all'uomo, chiamandolo a parteciparvi. Nel Figlio, il Padre ci dona la vita nuova dello Spirito. Liberamente, per amore. Il Figlio, Gesù, non s'impone. Per assurdo, noi possiamo passare accanto al Signore che muore e risorge e non degnarlo neppure di uno sguardo. Se invece ci apriamo, accogliendolo, allora è la redenzione, la salvezza, la grazia. Fin d'ora inizia la vita nuova, ed è vita eterna.
Gesù è la permanente immagine visibile dell'amore del Padre. Eppure gli stessi apostoli, guardando Gesù semplicemente con i loro occhi, non vedevano il Padre. Per "vederlo" dovranno riflettere su quello che Gesù faceva e diceva. In questo senso l'incarnazione e tutta la vita del Figlio fece loro conoscere l'amore infinito del Padre. Indispensabile è l'esperienza, ma altrettanto lo è la riflessione credente su di essa. Già Agostino diceva che "una fede che non è pensata, non è fede". È inevitabile: a un pensiero debole corrisponde una fede debole.


 


 

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