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15/03/2017 - Vercelli - La Posta

VERCELLI - Giornata del Ricordo 2017 - Luigi Ghezzi, Delegato Regionale A.N.Art.I. chiede di non dimenticare

VERCELLI - Giornata del Ricordo 2017 - Luigi Ghezzi, Delegato Regionale A.N.Art.I. chiede di non dimenticare

Gent.mo Direttore,

l'articolo assai opportuno pubblicato sul suo giornale il 14 marzo 2017 dal titolo Vercelli non conforme pulisce via martiri delle foibe mi impone di chiedere a Lei, che non ha problemi di spazio redazionale, la pubblicazione di questo mio articolo per commemorare i Martiri delle Foibe e l’Esodo delle Popolazioni Giuliano - Dalmate, perché Vercelli non ha ricordato un bel niente.

 

Per la cronaca, già il 1° febbraio un'istituzione territoriale di peso, a cui mi ero rivolto per conoscere se era prevista qualche cerimonia o commemorazione, mi rispose che non si sarebbe fatto nulla, adducendo che a Vercelli non c'erano medaglie. Lì per lì rimasi spiazzato, ma subito realizzai che si riferiva a eventuali decorati. Capito l'antifona espressi il mio rammarico. Comunque tutte le Istituzioni- nessuna esclusa- sono state completamente assenti: meglio evitare di correre il rischio di rievocare verità scomode come quelle delle foibe e dell'esodo degli Istriani, dei Dalmati e dei Giuliani.

Se a questo si considera che per simili ricorrenze è prassi della Prefettura sollecitare la partecipazione delle scuole, non essendo stato previsto nulla, sono nel giusto ritenere che anche per loro- le scuole- venerdì sia stato "il Giorno del NON Ricordo".

Infine anche la stampa vercellese tradizionale - quella su carta - non è stata da meno: i due giornali a cui mi sono rivolto hanno trovato lungo il mio articolo. Ma i giornalisti non sono maestri di sintesi? almeno il nocciolo della questione potevano ricordarlo.

 

Per rimediare alla generalizzata indifferenza mi sembra assai opportuno ricordare i fatti che, purtroppo molti ancor'oggi non conoscono, appunto, per la colpevole, "dimenticanza" delle istituzioni.

Ed andiamo per ordine:

  • Le foibe sono delle cavità carsiche naturali, veri e propri abissi, con un imboccatura che varia da qualche decimetro ad alcuni metri. Sono profonde anche oltre 100 metri. Furono utilizzate dai partigiani slavi e dai miliziani di Tito, dall'autunno del 1943 alla primavera del 1945 e anche dopo fino al 1947, per far sparire nel nulla dai 5 ai 7 mila italiani. L'apice della violenza venne raggiunta nel maggio-giugno 1945 quando i titini occuparono Trieste.

    Il totale più accreditato delle vittime è di 10-15 mila vittime, compresi, oltre agli infoibati, gli eliminati in mare e coloro che persero la vita per fame, malattie e barbarie inflitte dagli aguzzini nei campi di concentramento.

     

Ecco cosa scrive in merito l'avv. Paolo Sardos Albertini della Lega Nazionale - Trieste in una brochure distribuita alle scuole di quella città:

<< 1° maggio 1945: Trieste è pronta a festeggiare la fine di una guerra lunga e dolorosa. Il giorno precedente i Volontari della Libertà, gli uomini del C.L.N. guidati da don Marzari, hanno preso il controllo della città, sottraendolo alle truppe tedesche (e la mediazione del Vescovo mons. Santin è riuscita anche a salvare il porto e le altre strutture della città).

La guerra è dunque finita ed i Triestini si accingono a festeggiare la pace, come ormai si fa in tutta Italia e in gran parte d'Europa. Ma la realtà, quella mattina del 1° maggio, è un'altra. I nuovi arrivati, le truppe comuniste jugoslave del maresciallo Tito, non portano la pace.

Le truppe titine iniziano subito con il dare la caccia proprio agli uomini del C.L.N. e, assieme a loro, a migliaia e migliaia di triestini " nel 1944 per aver condannato gli eccidi dell'autunno 1943 - n.d.r.)>, a tantissimi senza nessuna apparente ragione di ordine politico, con un meccanismo perverso di pura casualità (in un certo numero di casi sono vicende e rancori personali a sostituirsi alla casualità).

Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorte di mattanza, i suoi figli, sottratti ai propri cari, finiscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno. Molti finiscono in quelle nere cavità carsiche che portano il nome di "foiba". Il rituale è ben definito: legati a due a due, portati sull'orlo della voragine e poi ad uno dei due viene sparato un colpo alla nuca affinché, cadendo, trascini anche l'altro nella voragine.

... Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino al 12 giugno 1945, quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città. ...>>.

 

  • L'Esodo è la conseguenza diretta del clima di terrore scientificamente programmato dalle autorità comuniste jugoslave.

    Milovan Gilas, braccio destro di Tito, in un'intervista a Panorama il 21 luglio 1991 dichiarava: «Nel 1946, io e Edward Kardelij (teorico della "via jugoslava al comunismo") andammo in Istria a organizzare la propaganda anti italiana ... bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto». Risultato: 350.000 Italiani (300.000 secondo Tito) su una popolazione di 502.124 abitanti (e questo semplice rapporto dimostra l'italianità di quelle terre, come d'altronde non poteva non essere nella considerazione della loro appartenenza alla Serenissima per secoli), dovettero lasciare, a partire dal 1945, le terre che avevano abitato da sempre, i loro affetti e tutti gli averi pur di rimanere Italiani e vivi. E questo è tutt'altra cosa di quanto, complici i comunisti italiani, scriveva allora l’Unità: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”, dove l’alito della libertà era quello dei partigiani sloveni-croati e dell'esercito di liberazione del maresciallo Tito! e gli esuli erano i nostri connazionali scacciati.

    Purtroppo questa povera gente, che era scappata con quattro stracci e modeste masserizie nella speranza di ricostruirsi un futuro in Italia, venne accolta con indifferenza, fastidio e perfino con disprezzo, perché solo dei fascisti, ladri e assassini potevano decidere di abbandonare il paradiso comunista jugoslavo. A Venezia arrivavano le motonavi con i profughi: appena scesi sulla riva, erano accolti con insulti, sputi, minacce dai nostri comunisti, radunati per l'accoglienza; a Bologna i sindacalisti della Camera del Lavoro (Cgil) non lasciarono sostare un treno in transito per il sud per fare rifornimento di acqua e di latte da dare ai bambini.

 

Queste erano le vicende al confine orientale sulle quali, per quasi mezzo secolo, è caduto un silenzio omertoso e colpevole, che di nuovo oggi sembra tornato ad essere la parola d'ordine delle istituzioni (il "giorno del Ricordo" è stato rammentato esclusivamente da Rai3 il solo 10 feb. 2017 con il film " Il cuore nel pozzo" con Leo Gullotta e Beppe Fiorello, quando imperversava il festival di San Remo; pure i vertici dello Stato erano quest'anno assenti a Basovizza).

 

Gianni Oliva, studioso e uomo di sinistra (è stato assessore in quota DS al Comune di Torino) spiega questa sorta di "silenzio di Stato" con chiarezza e distacco sul suo libro "Foibe"- Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria:

  • il P.C.I non aveva nessun interesse ad evidenziare le contraddizioni che lo vedevano stretto tra il suo ruolo di partito nazionale, la sua vocazione internazionalistica e i legami con Mosca; rinvangare le vicende delle foibe, delle esecuzioni sommarie nei campi di concentramento, voleva dire mettere allo scoperto le posizioni di equilibrista che in quell'occasione (e non solo) furono proprie di Palmiro Togliatti (è a firma del Migliore il manifesto che recitava: «Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e collaborare con esse nel modo più stretto», sostenendo, come voleva Stalin, che il confine italiano fosse sull'Isonzo, lasciando a Tito Trieste e la Venezia Giulia fino a Cormons - n.d.r.).

 

  • il governo democristiano di De Gasperi pur di non turbare gli equilibri interni col P.C.I. ed internazionali con l'occidente che, a seguito della rottura tra Tito e Stalin del 1948, guarda di buon occhio Belgrado, accantona l'interesse a far chiarezza sulle migliaia di cittadini italiani scomparsi; di conseguenza la versione (non veritiera) del carattere antifascista delle esecuzioni verrà accettata in nome di una superiore realpolitik.

    Nello stesso tempo però riesce a far prevalere un atteggiamento "distratto" per la richiesta di estradizione che la Jugoslavia aveva avanzato già nel gennaio del 1945 di centinaia di ufficiali e soldati accusati di crimini di guerra.

     

    Questo, molto nell'essenziale, ciò che accadde. Mi astengo da qualsiasi commento. Voglio solo indicare la possibilità di vedere su Google l'intervista all'insegnante istriano Graziano Udovisi, unico sopravvissuto al massacro delle foibe (La Storia siamo noi - RAI mixer  1991).

     

    Tornando all'oggi, due le  puntualizzazioni che desidero ancora fare:

  • la prima per i nostri negazionisti e minimisti è il caso di ricordare come la storia si sia ripetuta con le pulizie etniche (che tutti abbiamo visto in televisione) durante la dissoluzione dello stato jugoslavo negli anni '91-'95;

  • la seconda è per la funzionaria - quella delle medaglie - alla quale sento il dovere di ricordare che quei poveri uomini (mortificati, minacciati, depredati, decimati e scacciati di casa, che guardavano all’Italia per un giusto riscatto umano, per un po' di comprensione e bisogno di fratellanza e che ricevettero invece indifferenza, mal sopportazione e fastidio) valgono molto ben più di una medaglia. Dall'Aldilà aspettano solo di essere ricordati degnamente.

     

                                  Luigi Ghezzi, Delegato Regionale A.N.Art.I.

Esule giuliana
Esule giuliana
Da La Storia siamo noi - Rai Mixer 1991
Da La Storia siamo noi - Rai Mixer 1991
Vittime delle foibe
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